La Certosa di Pesio è uno di quei posti in cui devi decidere di andare, non ci arrivi per caso, incontrandola lungo la via.
Da Chiusa di Pesio la strada entra nella valle e, poco alla volta, sembra lasciarsi alle spalle tutto il resto.
Le case diventano meno frequenti, il bosco di castagni prende spazio, le montagne si avvicinano.
Poi, quasi in fondo alla Valle Pesio, arrivano le mura della Certosa.
E dietro quelle mura comincia un altro mondo.
Appena dentro
Superato l'ingresso, davanti alla Certosa si apre uno spazio enorme che cambia completamente con le stagioni.
Ci sono volte in cui ad accoglierti è un lungo viale alberato ricoperto di foglie gialle, altre in cui è il prato davanti agli edifici a prendersi tutta la scena.
Quando il tempo lo permette, capita di vedere chi soggiorna qui seduto sull'erba o sotto gli alberi, con un libro in mano, a parlare oppure semplicemente a godersi il sole.
Ed è forse la prima cosa che fa capire che questo posto non è soltanto qualcosa da guardare.
È un posto ancora vissuto.
Ottocento anni in fondo alla valle
La Certosa è qui dal 1173.
Furono i Certosini, arrivati dalla Grande Chartreuse di Grenoble, a scegliere questo angolo della Valle Pesio, allora quasi disabitato, per costruire il loro monastero.
E guardandosi intorno viene abbastanza facile capire perché proprio qui.
Boschi, acqua, montagne e isolamento.
Ma i monaci non rimasero semplicemente chiusi tra queste mura a pregare.
Nei secoli la Certosa diventò un importante centro religioso, culturale e sociale e la loro presenza finì per influenzare anche la vita della valle, dall'agricoltura all'allevamento fino alle attività artigianali.
Intanto anche il monastero cresceva.
Nel Cinquecento vennero realizzati il grande chiostro superiore e una nuova chiesa; nel Seicento l'architetto di corte Giovenale Boetto ridisegnò parte del complesso, aggiungendo, tra le altre cose, il grande loggiato e la scala monumentale.
E per i Certosini cambiò tutto.
Nel 1802 il governo napoleonico soppresse la Certosa, i suoi beni immobiliari e artistici vennero dispersi e i monaci dovettero lasciare la loro casa.
E da qui la storia prende una piega che, lo ammetto, non mi sarei aspettata.
A metà Ottocento l'antico monastero diventò uno stabilimento idroterapico frequentato dalla buona società dell'epoca.
Dalle celle dei monaci alle cure termali.
La Certosa ne ha viste parecchie.
Con la Prima guerra mondiale anche questa parentesi terminò e il complesso rimase abbandonato fino al 1934, quando venne acquistato dai Missionari della Consolata.
Furono loro a cominciare il lungo lavoro di recupero di edifici che, a quel punto, erano ormai in condizioni molto difficili.
E sono ancora loro ad abitare la Certosa oggi.
Dentro la Certosa
Noi ci siamo stati diverse volte e, non so se per fortuna o perché scegliamo periodi abbastanza tranquilli, spesso ci è capitato di ritrovarci quasi soli.
Ed è bellissimo.
Si entra e si comincia a camminare.
Corridoi, scale, passaggi, archi.
Si sale, si scende, si cambia livello.
Ci sono la chiesa antica e quella più recente, gli ambienti che raccontano epoche diverse, scorci che compaiono all'improvviso attraverso una porta o una finestra.
Ma la cosa che preferisco è proprio gironzolare senza troppa fretta e godermi l'atmosfera.
A volte senti soltanto i tuoi passi.
Poi si aggiunge il mormorio del Pesio che scorre proprio lì sotto.
Oppure, da fuori, qualche campanaccio delle caprette che pascolano sulla collina poco lontano.
Il chiostro e il giardino
Poi c'è il chiostro.
Da lì lo sguardo si apre su un giardino meraviglioso.
È uno di quei punti in cui inevitabilmente mi fermo.
Ci sono statue, alberi enormi — alcuni hanno tutta l'aria di essere lì da un tempo infinito — e, nella bella stagione, il giardino torna a essere uno spazio vissuto anche dalle persone che soggiornano nella Certosa.
Ed è una cosa che mi piace moltissimo.
Perché non sembra un giardino conservato sotto una campana di vetro.
È bello, curato, storico.
Ma è ancora parte della vita del posto.
Non è soltanto un monumento
E questa, secondo me, è una cosa importante da sapere prima di venire qui.
La Certosa di Pesio non è soltanto un monumento aperto al pubblico e visitabile.
È ancora una casa.
Una casa abitata e abitabile.
Qui non vivono semplicemente dei religiosi che pregano tra mura antiche. La comunità dei Missionari della Consolata continua a fare della Certosa un luogo di accoglienza e di incontro.
Durante l'anno vengono organizzati ritiri spirituali, incontri e settimane bibliche; in estate arrivano anche ragazzi e giovani per i campi. Gruppi, famiglie e singole persone possono scegliere di fermarsi qui per qualche giorno.
Sul sito della Certosa la raccontano come una casa nella quale poter approdare per trovare pace e profondità e utilizzano un'immagine che mi è rimasta particolarmente impressa: quella di un «ospedale da campo» per chi sente il bisogno di ritrovare il senso e la bellezza della vita alla luce del Vangelo di Gesù.
È, naturalmente, una visione profondamente cristiana.
Ma credo racconti bene una cosa che può percepire anche chi, come me, religioso non è.
Queste stanze, questi corridoi, il chiostro e il giardino non sono la scenografia immobile di qualcosa che è stato.
Ci sono ancora persone che arrivano.
Dormono qui, mangiano insieme, parlano, pregano, si incontrano, si fermano.
E poi ripartono.
Forse è anche per questo che, nonostante la sua imponenza e tutti i secoli che si porta addosso, la Certosa non mi ha mai dato quella sensazione un po' fredda che a volte hanno i monumenti.
È grande, antica, silenziosa.
Ma è ancora una casa.
E io, che religiosa non sono...
La religione, per me, non è il motivo per cui torno alla Certosa.
Sono atea e non avrebbe senso raccontarla diversamente.
Eppure qui sto bene.
Forse perché esistono luoghi in cui la spiritualità degli altri non ha bisogno di diventare la tua per riuscire comunque a lasciarti qualcosa.
A me lascia soprattutto silenzio.
Non un silenzio assoluto, perché la Certosa i suoi rumori li ha. Li hai sentiti entrando: il Pesio, il vento, i campanacci, i nostri passi.
È piuttosto quella sensazione rara che niente ti chieda di avere fretta.
E tranquillità.
Tempo per camminare senza dover arrivare da qualche parte.
Per non fare assolutamente niente.
Che, ogni tanto, è una gran bella cosa.
E poi ci sono loro
Naturalmente in un posto del genere non potevano mancare i gatti.
Ne ho visti bazzicare almeno due, belli cicciotti, da queste parti.
Ma ce n'è una che ormai, per noi, è la micia della Certosa.
Una gattina tartarugata, con un occhietto un po' sbrincio e tutta l'aria di una che ha trovato l'Eden tra le mura della Certosa: vitto e tetto assicurati e natura incontaminata dove scorrazzare e cacciare liberamente.
L'avevamo incontrata una prima volta.
Quando siamo tornati, tempo dopo, c'era ancora.
E questa volta ha deciso che la visita l'avremmo fatta insieme.
Ci ha seguito per buona parte del nostro giro, camminando davanti a noi nei corridoi come se fosse perfettamente normale.
Come se fosse lei a controllare che sapessimo dove andare.
Non so come si chiami.
Per noi ormai è semplicemente lei.
E naturalmente, se tornassimo domani, una delle prime cose che faremmo sarebbe cercarla.
Il mio momento
Potrei scegliere il chiostro.
Il giardino.
Il rumore del torrente.
La strada che entra nel bosco.
E invece probabilmente sceglierei una cosa piccolissima.
Noi due che camminiamo in uno dei corridoi della Certosa e quella micia sbrincia qualche metro davanti a noi.
Ogni tanto si ferma.
Si gira.
Controlla che la stiamo seguendo.
E poi riparte.
Ma noi siamo stati fortunati.
Ci tornerei?
Ci siamo già tornati.
Più di una volta.
E credo che sia questa la risposta migliore.
Non perché ogni volta ci sia qualcosa di nuovo da vedere.
Anzi.
Forse torno proprio perché so già cosa troverò.
Il chiostro. Il silenzio.
E magari, se siamo fortunati, anche una piccola guida a quattro zampe che ci aspetta da qualche parte.
La Certosa di Pesio è uno di quei posti in cui devi decidere di andare.
E poi, una volta che ci sei stato, può succedere che ogni tanto ti venga semplicemente voglia di tornarci.
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