Esistono posti magici e incantati.
Posti che non ti aspetti, conservati nel tempo, dove basta varcare una soglia per tornare indietro di almeno un secolo.
Questa storia per me è cominciata così, quasi per caso.
Mi trovavo a girovagare per il centro storico di Genova quando mi sono incamminata per Salita San Francesco.
Davanti al civico 7, sopra il portone, una targa commemorativa ha attirato la mia attenzione.
E naturalmente mi sono fermata.
Perché se c'è una cosa che non sono mai riuscita a fare è vedere una porta, leggere due righe su una targa e continuare tranquillamente per la mia strada.
Ho cominciato a cercare informazioni e ho scoperto che dietro quel portone si nascondeva Palazzo Montanaro, una dimora ottocentesca privata, ancora abitata e straordinariamente conservata.
E che proprio lì aveva soggiornato Paul Valéry.
Naturalmente no.
Dietro il portone
La sorpresa comincia ancora prima di entrare nell'appartamento.
Palazzo Montanaro sorge nell'area dell'antico complesso conventuale di San Francesco di Castelletto e conserva ancora parte delle sue strutture.
Varcato il portone, una parte di quella Genova scomparsa è ancora lì.
Una parte dell'antico complesso di San Francesco di Castelletto
conservata all'interno del palazzo.
Ed è una delle cose che amo di questa città: puoi percorrere cento volte la stessa strada convinta di conoscerla e poi, un giorno, si apre una porta.
Dietro c'è un'altra Genova.
La casa di Paul Valéry
Saliamo al piano nobile.
La proprietaria ci accoglie e ci accompagna attraverso la casa.
Un susseguirsi di stanze, piccoli salotti, specchi, stucchi, splendidi lampadari, tappezzerie di seta.
Una meraviglia.
Sembra quasi di poter sentire ancora i passi di chi ha abitato queste stanze, le conversazioni nei salotti, le voci degli ospiti.
E poi ti affacci a una finestra.
E c'è Genova.
Fu proprio in questa casa che, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1892, il ventunenne Paul Valéry visse quella profonda crisi intellettuale ed esistenziale che sarebbe passata alla storia come la Nuit de Gênes.
Fuori infuriava un temporale. Dentro, evidentemente, ne infuriava un altro.
Quella notte segnò profondamente il suo rapporto con la poesia e il suo percorso intellettuale.
Poche parole mi bastano.
Perché a me, in fondo, interessa anche un'altra parte di questa casa.
Quella decisamente meno poetica.
E finalmente arriviamo in cucina
Ora passiamo alla parte più “plebea” della dimora.
Quella che, alla fine, mi ha portato a raccontarvi tutta questa storia:
la cucina.
Anche qui sono rimasti mobili e oggetti dell'epoca.
E soprattutto lui.
Il ronfò
Il ronfò conservato nella cucina di Palazzo Montanaro.
Un magnifico ronfò, originale e ancora conservato nella cucina.
Quando lo vidi, la prima cosa che pensai fu:
Il nome viene ricondotto a Benjamin Thompson, conte di Rumford, fisico e inventore tra Settecento e Ottocento che lavorò anche al perfezionamento di sistemi di riscaldamento e cottura più efficienti.
Da Rumford deriverebbe il termine entrato nella parlata genovese come runfò o ronfò.
Quello di Palazzo Montanaro è una vera macchina domestica: una struttura in muratura rivestita di ghisa, pensata per conservare e distribuire il calore.
Accanto al focolare c'è poi un particolare che mi aveva incuriosita ancora di più: un recipiente di rame.
A prima vista sembra una pentola. Invece serviva a scaldare l'acqua sfruttando il calore della cucina e ad averne così una piccola riserva pronta all'uso.
Praticamente un'antenata domestica dell'acqua calda a disposizione.
E al suo fianco?
Un magnifico lavello di marmo.
Il lavello in marmo accanto al ronfò.
Genovese fino al midollo.
Sono proprio questi dettagli che mi fanno impazzire.
Perché raccontano la vita quotidiana molto meglio di tante date: come si cucinava, come ci si organizzava, come si scaldava l'acqua, come funzionava una casa alla fine dell'Ottocento.
Per queste fotografie della cucina devo ancora ringraziare la padrona di casa, che mi permise gentilmente di scattarle nonostante nelle altre stanze della dimora privata non fosse consentito fotografare.
E secondo voi, davanti alla cucina in cui si preparavano le cene della famiglia Cabella, potevo non chiedermi che cosa avrebbe potuto mangiare Paul Valéry durante uno dei suoi soggiorni genovesi?
Ovviamente no.
Da quella domanda, all'epoca, nacque persino una ricetta.
Ed è forse la cosa che oggi mi diverte di più di tutta questa storia.
Sono partita da una targa incontrata per caso in Salita San Francesco.
Sono entrata nella casa di un poeta.
E alla fine sono finita, come al solito, in cucina.
Un grazie alla signora Michela di Genova Insieme, che all'epoca ci accompagnò nella visita, e alla padrona di Casa Valéry per averci accolto nella sua dimora e per avermi permesso di fotografare la cucina.
Queste storie mi emozionano .
RispondiEliminaIo ho abitato in un appartamento in zona piazza Corvetto sino a vent' anni che aveva un ronfò in ceramica bianca e un lavandino in marmo non così maestoso ma queste foto mi fanno sciogliere nei ricordi. Grazie