Una bottega all'incrocio dei caruggi
Salite da Piazza Soziglia e infilatevi in via Macelli di Soziglia, uno di quei caruggi genovesi dove basta rallentare un attimo per accorgersi di quante cose ci siano da guardare.
Percorretela fino all'incrocio con Vico Inferiore del Ferro e Vico della Speranza.
È lì, all'angolo tra i caruggi, che trovate l'Antica Polleria Aresu.
Una piccola vetrina piena di cose che fa venire voglia di fermarsi, guardare e poi, naturalmente, entrare.
Io ci sono entrata anni fa con la macchina fotografica e ne sono uscita con molte più fotografie del previsto, una ricetta e una quantità di storie che non avevo certo messo in conto.
E la cosa bella è che la bottega è ancora lì.
Da Sergio e Anna
Quando ci sono stata io, dietro il banco c'erano Sergio e Anna, terza generazione, insieme a Matteo e Silvia, la quarta.
Oggi la storia continua ancora lì, con la famiglia e con Nicolò.
Ma prima ancora di guardare quello che vendono, fate una cosa: guardate la bottega.
Dal soffitto al pavimento.
Perché è uno splendore.
Il bancone, le maioliche e più di un secolo di lavoro
Le maioliche bianche alle pareti, le mensole, gli oggetti raccolti e rimasti lì negli anni.
E poi lui: il grande bancone di marmo bianco, decorato con losanghe verdi.
Non è un negozio costruito per sembrare antico.
La bottega nasce nel 1910. E una parte del suo fascino sta proprio nel fatto che qui il passato non è stato trasformato in scenografia: continua semplicemente a stare accanto alle cose di oggi.
Una fotografia del 1958
A un certo punto mi mostrarono una vecchia fotografia.
C'è Maddalena al lavoro, nel 1958.
Sono questi piccoli dettagli che fanno smettere una vecchia fotografia di essere soltanto una vecchia fotografia.
Quando il frigorifero era un blocco di ghiaccio
Poi Matteo mi mostrò alcune vecchie porte di legno.
Sembravano parte dell'arredamento e invece erano vere e proprie ghiacciaie.
Negli anni Cinquanta suo zio comprava i blocchi di ghiaccio e li sistemava nelle aperture inferiori, riuscendo così a mantenere la merce al fresco per quattro o cinque giorni.
Oggi quelle strutture sono state trasformate in frigoriferi. Ma le vecchie porte sono rimaste.
E ogni volta che penso a questa storia mi viene ancora la stessa domanda che mi feci allora: ma come accidenti facevano a conservare tutto, prima dei frigoriferi?
Uno specchiauovo
Poi Matteo spegne le luci e afferra un aggeggio.
Originariamente funzionava con una candela, poi è stato convertito all'elettricità.
Serve per controllare la freschezza delle uova osservandole in controluce.
Dalla dimensione della camera d'aria all'interno del guscio si può capire quanto l'uovo sia fresco: più la camera è piccola e sottile, più l'uovo è fresco.
Ma spiegata da me, perde un po' di poesia.
Dietro il bancone
Nel frattempo Sergio, con la flemma del puro genovese, continua indisturbato a lavorare.
Disossa conigli, prepara faraone, sistema la carne.
Lo fa con quella naturalezza che appartiene soltanto a chi ripete gli stessi gesti da una vita.
Continuate a guardarvi intorno.
Qui c'è da perdersi sia con lo stomaco sia con gli occhi: vecchie pentole di coccio ormai in disuso, oggetti rimasti al loro posto, uova bianche, peperoncini appesi al soffitto.
E non te ne vai più.
Chiedete una ricetta
Questa è una delle cose che ricordo con più piacere.
Chiedete come cucinare quello che state comprando.
Matteo tira fuori un piccolo quaderno con le ricette di sua mamma Anna, scritte a mano.
E così può succedere che entriate per comprare una faraona e usciate con la carne sotto il braccio e anche con la ricetta per cucinarla.
A me capitò proprio così.
La ricetta era quella della Faraona al verde della signora Anna.
Comprare, certo. Ma non soltanto.
Io mi fermerei per guardare il bancone, per chiedere dello specchiauovo, per farmi raccontare a cosa servivano quelle vecchie porte di legno e per vedere se salta fuori un'altra fotografia da qualche cassetto.
Perché posti come questo mi ricordano che una bottega non è soltanto ciò che vende.
È fatta anche delle persone che stanno dietro il banco, dei gesti imparati da chi c'era prima, delle cose conservate invece di essere buttate via e delle storie raccontate a chi ha voglia di ascoltarle.
E io, evidentemente, avevo molta voglia di ascoltare.
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